SSD o HDD? Alcune riflessioni per le strategie di storage aziendali

La crescente diffusione dei Solid State Drive (SSD)  sta spingendo molte organizzazioni a considerare l'opportunità di adottare gli SSD al posto dei più tradizionali Hard Disk Drive (HDD). In questo articolo non affronteremo la questione dal punto di vista delle prestazioni delle due tecnologie bensì dal punto di vista delle eventuali criticità che possono interferire con il recupero dati da SSD.

Accanto ad una tecnologia matura, rappresentata dagli hard disk tradizionali a registrazione magnetica, si affianca ora una nuova tecnologia dove a dominare è l’elettronica. I vantaggi di un Solid State Drive sono noti, dall’assenza di parti in movimento, al minor consumo, alla maggiore velocità di accesso ai dati solo per citarne alcuni, meno note sono invece le problematiche afferrenti al data recovery.

Per prima cosa, in Kroll Ontrack abbiamo notato che comparando il numero di interventi di data recovery sulle due tecnologie (SSD / HDD) - tenendo ovviamente in considerazione la rispettiva diffusione sul mercato - non risulta un vantaggio a favore degli SSD. Ossia gli SSD sono soggetti a perdita di dati quanto un HDD, seppur per ragioni diverse e imputabili in larga misura a problematiche legate al malfunzionamento dell’elettronica (chip di memoria flash, controller, corruzione del firmware).

In seconda battuta, il recupero dati Solid State Drive è più complesso del recupero dati Hard Disk e le ragioni risiedono proprio nella tecnologia impiegata. Vediamo quali sono le principali differenze:

  • mancano degli standard ben definiti, basti pensare che a fronte di meno di una decina di produttori di chip esistono circa 200 produttori di SSD. Nel mercato degli hard disk tradizionali invece i produttori di dischi sono ben noti: Western Digital, Seagate, Toshiba
  • la tecnologia non è ancora matura, i primi SSD sono apparsi sul mercato meno di una decina di anni fa. Una quantità di tempo nemmeno paragonabile con i quasi 60 anni di storia dell'hard disk, distribuito da IBM per la prima volta nel 1956
  • le celle di memoria sono soggette a decadimento (sopportano un numero finito di cicli di scrittura, specialmente in relazione alla maggiore diffusione di NAND Flash di tipo TLC rispetto a SLC) per questo i produttori utilizzano algoritmi proprietari detti di wear-leveling per bilanciare la scrittura dei dati tra le celle e non usurare precocemente sempre le stesse. Discorso diverso per gli hard disk dove sostanzialmente non esiste un decadimento delle celle magnetiche dove vengono memorizzati i dati
  • gli SSD si comportano come un sistema RAID, distribuendo le informazioni su più chip flash. Negli hard disk tradizionali i dati si trovano registrati sulla superficie magnetica dei piatti dei dischi.
  • infine, in alcuni Solid State Drive il controller applica una crittografia ai dati (Self-Encrypted Drive (SED); AES hardware encryption) totalmente trasparente all’utente ma non altrettando in fase di data recovery. In questo caso, si assiste anche negli hard disk tradizionali ad alcuni casi di crittografia hardware.

Di conseguenza il recupero dati da SSD è particolarmente difficoltoso, soprattutto in virtù del fatto che una volta letti i dati grezzi (raw data) dai chip di memoria le informazioni devono essere riassemblate in file e cartelle, operazione possibile solo se si ha un’approfondita conoscenza dell’algoritmo utilizzato dal controller che le ha salvate e dei meccanismi di wear-leveling sopra accennati. Senza dimenticare che, come affermato in precedenza, si lavora su una struttura simile a quella di un sistema RAID. Importante notare inoltre che negli SSD con self-encryption, il recupero dati potrebbe essere addirittura impossibile poichè la masterkey è nota solo al produttore. Discorso diverso invece se si opta per un solid state drive privo di self-encryption demandando la crittografia del drive ad un software di terze parti. In questo caso, il recupero dei dati rimane possibile poichè il cliente potrà fornire le credenziali di accesso al supporto crittografato.

Quanto fin qui esposto non significa che non è possibile recuperare dati da SSD anzi Kroll Ontrack ha sviluppato internamente - grazie anche alla collaborazione con diversi produttori - strumenti hardware/software e competenze idonee che permettono di ottenere ottimi risultati ma che la tecnologia flash introduce nuove sfide alle operazioni di data recovery.

L’impiego di SSD in azienda può realmente dare un impulso alle performance di desktop, laptop e server. In particolare in ambienti server l’adozione di SSD può riguardare gli application server, i system storage, i delivery server (es. web server, file server, media server) e i virtual machine host. L’impiego di SSD non è ideale invece dove sono richiesti processi di scrittura massivi come un database server. Nei computer desktop invece è abbastanza diffusa una configurazione che prevede un SSD (di capacità ridotta) per l'avvio veloce del sistema operativo e delle applicazioni e un disco tradizionale per il salvataggio dei dati. Certo è che nell'impiego in ambienti server bisognerà tener conto di utilizzare SSD di fascia enterprise, il cui costo a parità di capacità può essere anche 10-20 volte superiore a quello di un SSD di segmento consumer.

Resta infine di fondamentale importanza, qualunque sia la scelta finale dell'organizzazione, puntare su strategie efficaci di backup. Non esiste una tecnologia di storage immune da perdita di dati, esiste però la possibilità di affrontare il rischio e limitare i danni attraverso “copie di sicurezza” la cui cadenza dipenderà essenzialmente dall’importanza dei dati e dalla loro  frequenza di aggiornamento.

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